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Ero piccolo. E avevo una chitarra in mano

bruce

Ero piccolo.
In un negozio scoprii un vinile con la copertina più bella che avessi mai visto.
Un uomo bianco dallo sguardo bellissimo, appoggiato a un uomo nero con il sax, un uomo grande e grosso che soffiava nell’oro del suo sax.
Sentii che lo avrei amato e così è stato, anni e anni meravigliosi di concerti, chitarre e rock’, roll.
L’ho visto un mucchio di volte, sempre con grande emozione e ho ascoltato ogni sua canzone imparandola a memoria, tanto che ancora oggi ricordo tutto l’album come se lo avessi sotto agli occhi. C’è stato un periodo, quello in cui facevo l’università, che non uscivo di casa senza aver sentito almeno un pezzo di quel disco e quando partivo da casa per fare gli esami camminavo con le cuffiette ascoltando “Born to run” e dopo aver finito la cassetta (lato A e lato B) ero pronto ad affrontare qualunque cosa. Ora che sto guardando questo meraviglioso concerto del 1975 e canto ogni parola scrivendo, come un mantra, come qualcosa che è entrato sotto pelle a mia insaputa, mi rendo conto di quanto tempo sia passato, quanti sogni e baci e corde spezzate e volumi alti e amici e notti intere a suonare e promesse al cielo e lacrime che poi ho dimenticato, annegato, bevuto e ingoiato. Di questo concerto io sento l’odore, il sapore di ogni nota, mi ricordo la gomma bucata della Fiesta di Mario a fine concerto, le botte che mi promise un fan del Boss durante una improbabile esecuzione di Thunder road in qualche assurdo locale della Campania, il primo impianto della LEM che comprammo quando ci chiamavamo Roadhouse band, Andrea che suonava spezzando tutte le bacchette, i fazzoletti di Luca, le chiavi di Dino, il talento di Sara, le frasi di Adriano Matò, Claudio addormentato sul mio amplificatore, i “localari” che sparivano prima di pagare, la spia che mi portai via per farmi pagare, l’orecchino finto che misi la prima sera al Melvyn’s per sembrare più “rock”, Sisco, la cassetta data a Giovanni, il Big Mama, Alex alle sette del mattino che se ne andava da casa con quella cosa bianca che lui chiamava macchina dopo una notte a fare prove, Armando e la Nivea, Emanuele che gli si gonfiavano i pedi con la birra, Tc Gang e Carlos e Eric e Toni e Mike e tutti i fantastici amici che ho avuto l’onore di incontrare. Mi manca, tutto questo mi manca anche se è qui accanto a me, in ogni cosa che faccio è qui eppure quella speranza, quella magica speranza in un futuro di là da venire è qualcosa che non si ripete più e che ho assaporato generosamente, con le braccia aperte. Nessuno più di Mario e Andrea, i miei amici di sempre e per sempre può sapere quella sensazione di meraviglia di fronte a due note in croce che ci facevano svegliare ogni mattina con il sorriso. Scusatemi per gli errori, amici miei, vogliatemi bene per come sono e per le cose belle. Io ve ne voglio e sta volta, partendo per la musica in Europa, ascolterò il disco magico, come allora, come sempre. E sarò pronto.