Informativa

From the blog

From the blog

Il fascino sostenibile della leggerezza

UP_omino spalle

Pare che io abbia saputo resistere al “fascino sostenibile della leggerezza”, in un modo o nell’altro.
Ringrazio Alberto Bazzurro per questo inaspettato e bellissimo regalo che mi fa camminare a testa alta (e indipendente).

Il fascino sostenibile della leggerezza, di Alberto Bazzurro, All about jazz (www.allaboutjazz.com), 26 maggio 2015

Parafrasando in un sol colpo Buñuel e Kundera, eccoci qui a parlare di leggerezza—più o meno fascinosamente (in)discreta o (in)sostenibile che sia—entro le maglie della (nuova?) canzone d’autore italiana. È un concetto che avevamo in qualche modo già adombrato in un precedente intervento in cui ipotizzavamo il fiorire di una canzone ribattezzata per l’occasione (ovviamente non senza un pizzico di impertinenza e civetteria) post-d’autore. Ora una serie di recenti uscite, sempre ascrivibili ad artisti per lo più fuori dai massimi sistemi cantautoriali (nonché il titolo stesso di una di esse), ci induce a mettere più specificatamente il dito nella piaga. Ammesso che di piaga si tratti (se è per questo nemmeno il dito era tale, come ci rendeva maliziosamente edotti un celebre sketch di Flavio Oreglio).

La leggerezza, per la società contemporanea, rappresenta come tutti sappiamo un’attrazione fatale e irrinunciabile. Un po’ a tutti i livelli, anche se per fortuna non proprio per tutti, presi come individui. La canzone d’autore—meglio se ancora in attesa di consacrazione, anzi presumibilmente proprio nella di lei ricerca—non fa eccezione. Ecco perché, qui e oggi, ci domandiamo se si tratti di un’attrazione veramente (in)sostenibile. Qualcuno ci riesce, a sostenerla (cioè a tenerla a equa distanza), ma i più cadono nella rete. Magari affidando testi non banali, arguti, talora persino corrosivi, alle malie (o presunte tali) di una mise complessiva (musiche, sonorità, durata, arrangiamenti) accogliente (a volte anche ammiccante), lineare, priva di asperità o curve a gomito.

Prendiamo uno che proprio di primo pelo non è, Giorgio Cordini: quasi sessantacinque anni, una vita a suonare la chitarra nei gruppi di Fabrizio De André, eccolo oggi calarsi nei panni del cantautore (in comproprietà, visto che i testi si devono a Luisa Moleri e altri). È uscito infatti più o meno in coincidenza col 25 aprile (settantesimo, com’è noto) Piccolo storie (fingerpicking.net), un album che parla di guerra, resistenza, di tutto un mondo comunque inequivocabilmente trascorso (anche come profumi), però lo fa—e insieme con Cordini lo fanno varie altre voci ospiti, fra cui Max Manfredi e Claudio Lolli—con tratto lieve, leggibile, melodie generalmente aperte, ritmi lineari e perfettamente percettibili. Un certo substrato che rimanda al citato De André affiora qua e là (ci sono del resto, nel gruppo, anche Ellade Bandini e Mario Arcari), insieme con altri ascolti-parentele (i Nomadi, per esempio, per una certa enunciatività, ma anche realtà più recenti, tipo Yo Yo Mundi).

Lavoro apprezzabilissimo, Piccole storie (fra i cui vertici segnaliamo “Angelina” di Mario Mantovani, prematuramente scomparso ormai diversi anni fa) non resiste quindi al richiamo della leggerezza, ma lo fa con garbo, senza particolari ammiccamenti, come pure l’album il cui titolo, come dicevamo, rimanda a quello del nostro articolo, vale a dire L’insostenibile leggerezza del funk (Riserva Sonora) di Bobby Soul, al secolo Alberto De Benedetti, genovese, neanche lui di primissimo pelo (i suoi esordi discografici, con Sensasciou e Voci Atroci, risalgono al 1993), interprete (ruspante) prima ancora che cantautore, come invece ci si rivela lui pure in questo album, tredici brani fra cui, in chiusura, una delle (rare, invero) gemme del Battisti era-Panella, “Don Giovanni,” e “Que serà serà.” Metà del disco è del tutto in linea col titolo e con l’immagine che Bobby Soul—voce possente, cavernosa, molto nera—dà di sé in concerto, ma l’altra metà (grosso modo) ospita invece brani più compassati, anche eleganti. Tutti in italiano i testi, spesso niente male, non di rado attraversati da una rotonda ironia.

C’è, qua e là, un bel dispiegamento di fiati, tipici del genere, che in qualche modo apparenta L’insostenibile leggerezza del funk con l’ultimo lavoro di Mauro Ermanno Giovanardi, Il mio stile (Incipit), arrangiamenti pieni, avvolgenti (generosi anche i cori), con un uso dei succitati fiati però più diversificato, fra cascami black ed epicità da colonna sonora TV (semplificando). Anche Giovanardi, come Bobby Soul, ha un passato “gruppistico” (La Crus) e lui pure infila in un corpus di brani a firma sua e dei suoi collaboratori (fra cui Gianmaria Testa) una—cosiddetta—cover, “Il tuo stile” di Léo Ferré (traduzione di Enrico Medail), da cui l’album trae il titolo. C’è leggerezza anche qui, rotondità, una cantabilità spesso esplicita, abilmente resa dalla vocalità salata, obliqua di Giò, testi centrati sull’eterno tema della coppia (amore/non amore, per dirla con Battisti, come copertina e booklet illustrano capillarmente), un humus non poco anni Sessanta. Il tutto per un disco ottimamente costruito, efficace (tre, a naso, le gemme: “Sono come mi vedi,” “Aspetta un attimo” e “Nel centro di Milano”). Ne sentiremo parlare (già accade).

Uno che per parte sua al fascino della leggerezza proprio non ha saputo resistere è il napoletano Roberto Michelangelo Giordi, come ci dice fin dal titolo il suo terzo album, Il soffio (Odd Times), che opta per soluzioni tendenzialmente facili, immediate, sul piano sia melodico—parecchio déjà écouté—che testuale, non senza qualche felice intuizione (“L’attimo,” “D’amore Mariù” e qualcos’altro) e una discreta eleganza di tratto. Piuttosto lineare (con qualche eccezione, qualche graffio) è anche Il mio modo di ballare (Protosound), opera seconda del trentacinquenne chietino Paolo Tocco, peraltro di più nitido approccio cantautoriale (fa capolino in un paio di brani il Principe De Gregori, per esempio). L’album si muove accogliente e colloquiale, talora quasi sbarazzino ma mai vacuo, attorno a testi con una loro arguzia e un loro spessore, dove il modo di ballare del titolo sembra coincidere col modo stesso di muoversi, di districarsi negli interstizi del quotidiano (e quindi dell’esistenziale).

Niente male davvero, così come un’altra opera seconda (dove la prima, però, è stata Targa Tenco nel 2010), La la la (Incipit) del quarantaseienne udinese Piero Sidoti, che già il titolo ci dice quanto agogni la leggerezza. In realtà si tratta di un escamotage, uno dei tanti di un album (che, diciamolo subito, fa registrare un deciso salto in avanti rispetto al precedente) ironico e surreale, dalla simil-filastrocca alla striatura quasi luciferina (senza maledettismi, per carità), con quella voce sussurrata un po’ da folle(tto), per più versi post-caposseliano (con qualcosa, pur su un tono diverso, anche dell’ultimo Gianmaria Testa, fra l’altro presente in un brano alla chitarra) ma con una cifra distintiva senz’altro avvertibile. Ci sono, in diversi brani, gli interventi strumentali (e gli arrangiamenti) di Antonio Marangolo, nonché la voce, detta e cantata, di Giuseppe Battiston, che abbiamo scelto per l’immagine in homepage come emblema di chi alle sirene della leggerezza ha saputo resistere alla grande…

Ironia e leggerezza, però su tutt’altro registro, caratterizzano anche Ho deciso di restare in Italia (Irma), opera prima del tarantino Non Giovanni (Santese, di cognome), un disco forse più astuto che arguto che comunque, nella sua strombazzata cantabilità, refrain larghissimi e reiterati alla morte che ti si piantano in testa, sembra contenere i segni di un qualche talento, che potrebbe quanto prima sbocciare ben più compiutamente. Per ora possiamo goderci il modo in cui infila decine di personaggi noti (il primo è Claudio Santamaria, a cui si vuole che somigli, per passare poi a Pasolini e Caparezza, Bene e Monicelli, Nietzsche e Pirandello, Troisi, Flaiano, Gaetano, che in qualcosa pure ricorda, e svariati altri) in sole otto canzoni, qualcuna pure esente da citazioni. Magari si farà, dicevamo.

Chi sembrava già essersi fatta e invece si sta forse disfacendo sotto i colpi di un rosario di autocliché francamente poco comprensibili (o fin troppo?) è la Banda Elastica Pellizza, che nel suo terzo album, Embé? (Incipit), ci riconsegna lo spaccato di una creatività che pareva decisamente promettente (La parola che consola, 2008) e che ritroviamo invece irreggimentata in una formula di sostanziale riciclo, enfatizzando gli ingredienti più scopertamente ridanciani, goliardico-camerateschi, da triccheballacche, certo ammiccanti, con un risultato finale che, al di là di qualche eccezione (tipo, in chiusura, “Il paesaggio infinito”), lascia di fatto non poco interdetti.

Chi, last but not least, ha saputo meglio bilanciare leggerezza e profondità, scavo intimistico e opulenza emancipatrice (già il dittico di brani d’avvio ce lo dice con chiarezza) è il romano Pallante, che di nome fa Paolo e di mestiere il farmacista. Ce lo rivela il suo ultimo album, Ufficialmente pazzi (It.Pop), a cui partecipano fra gli altri Alex Britti (anche coautore di un brano), Michele Rabbia, Erica Mou ed Enrico Terragnoli, che certo lo nobilitano, ma alla fin fine il succo arriva tutto dallo stesso Pallante, vocalista asciutto e chitarrista, invece, fluente (il disco si chiude con undici minuti di sola chitarra), pianista, organista, bassista, arrangiatore… Tanto dispendio di talenti viene alla fine ripagato (e ripaga) in termini di qualità da masticare brano dopo brano, con una bella varietà di atmosfere (che non vuol dire eclettismo o genericità) e parenti nobili (Fossati, Testa, Capossela, Conte, Django…). Troppi per parlare di mere influenze, abbastanza per far capire quanto il Nostro sappia tenere le orecchie aperte, rendere permeabile un’ispirazione comunque tangibile (anche per i testi, spesso ingegnosi, immaginifici). Lo aspettiamo al varco.